Quando chiudere un libro e riporlo sullo scaffale è un gesto difficile, significa che anche parlarne o scriverne sarà difficile ma necessario, perché non si può non scrivere di Case che non ho abitato di Romina Arena.
Questa raccolta di poesie, edita da Città del Sole Edizioni a febbraio 2026, è l’opera autentica di una voce nuova e al tempo stesso antica, e si porta dentro tutte le contraddizioni del nostro tempo, passato presente e futuro riunite sotto il tetto di una casa e tante case, appunto.
Romina Arena è un’educatrice alla lettura consapevole, ha scritto in prosa ed in poesia, porta avanti un laboratorio di lettura consapevole presso la Casa Circondariale di Reggio Calabria ed è una creatura rara, capace di condurci per mano anche dove non vorremmo andare, ci indica piano di guardare anche dove non vorremmo vedere, ci chiede di esporci alla luce della pochezza che siamo e in cui viviamo, ci chiede di guardare dritto in faccia le occasioni mancate e di infilarci nel pertugio di una tasca bucata. E lo fa esponendosi in prima persona, con una voce poetica potentissima.
[...]
Dal mio posto nel mondo
letto poggiato a un pizzino di cielo
che continua a sciorinare numeri di giocoleria
scompongo il tempo e sento già
l’anticipo antieroico del silenzio
che precede ogni scrittura.
Le case di cui Romina scrive - e perdonerà questo dare del tu, ma riesce solo così questo tentativo di raccontare Case che non ho abitato, dando a chi ha scritto e a chi legge del tu, senza troppe formalità – sono tutti i frammenti delle identità che ci hanno attraversato e che ci attraversano quotidianamente, anche quando non ce ne accorgiamo.
La raccolta è divisa in tre sezioni, che richiamano al titolo ma lo connotano in maniera differente, si tratta di domicilio, quindi di un passaggio temporaneo e mai permanente – la permanenza è nello stare nel verso e nella poesia – lo sguardo si sposta tra il desiderio di illuminare e di fare proprie con la poesia le vite degli altri, quelle minute, quelle fatte di gesti quotidiani come la telefonata la sera, mettere il nome sul citofono, sentire la profonda solitudine dello sbuffo di vapore di un ferro da stiro, sentire tutto, sentire il corpo che cambia e sprofonda nelle ossa, nelle cicatrici, nell’insonnia, nel tempo che lascia le sue tracce e i suoi indizi.
La scrittura è lucida, curata e senza sbavature, ma mai fredda e distaccata: nei versi che si allungano e si contraggono c’è sempre la scelta della parola giusta e meditata con il suo tempo e il suo respiro, e riflette con esattezza la ricerca di questa poesia, di dire tutto e di dare tutto senza virare nel troppo, nonostante un immaginario vastissimo. Nei versi che guardano alla natura, sempre in bilico e minacciata, c’è l’esattezza della biologia; nella memoria del passato, anche intimo e doloroso, c’è il donarsi senza mai scivolare nella malinconia, il corpo ha la precisione descritta nel volume con le tavole di anatomia, che però si slabbra e si allarga con il verso nell’andare ad indagare nelle sue pieghe. Nello scrivere di scrittura e di poesia, c’è la pazienza infinita dell’artigiano della parola, e anche una sottile vena ironica, nel ribadire l’illusione della volontà di precisione e nella scelta delle metafore.
In alcuni passaggi si percepisce – ma la percezione del lettore è sempre volatile e soggettiva e chissà cosa si può scoprire e riscoprire in tante riletture – un’eco che riporta alla poesia di Goliarda Sapienza, a quell’ancestrale che recita “Separare congiungere/ spargere all’aria / racchiudere nel pugno / trattenere / fra le labbra il sapore / dividere [...]” e forse arriva anche un riverbero dalla poesia di Emiliy Dickinson, anche se la forma è completamente diversa, è quel sapore di saggezza e di custodia della memoria che arriva sussurrando, sottovoce, è quel filo sottile ma resistente che separa il visibile dall’invisibile.
Chiudere cicli è riparare la casa dal vento che l’ha scossa
accostare finestre
accertarsi che i fermi fermino
che le serrature serrino
che i saluti siano stati distribuiti
amuleti di buona speranza
per propiziare preistorie da dissotterrare
e lampadine da accendere.
Quando ogni cerniera è stata stretta
e ogni mandale abbassato
ogni luce spenta
e ogni spiffero estinto
si può solo sperare di non aver dimenticato niente.
Il meno possibile.
Di avere dimenticato quanto basta
per ripristinare connessioni
sottoforma di geometria variabile
che supponga principi di altri spazi
in cui farsi trovare con una poesia scritta
e un bottone spaiato
una spilla a rovescio
un animaletto di gomme in tasca
una buona ragione
per non smarrire la chiave.
L’ultima sezione, Domicilio coatto, riprende in maniera circolare i temi delle prime due, ma lo fa con un verso che sul finale si spezza, dove l’urgenza del dire si fa più pressante e dove più oscura si allunga l’ombra della mano dell’umanità che distrugge, che lascia morire, che non guarda e non si prende cura.
Ci racconta anche la storia e le contraddizioni di tutta la sua generazione – che sono comunque e ancora le contraddizioni del tempo in cui siamo immersi, la contemporaneità – con un immaginario fatto di comete e di scarpe strette:
[...]
Potevamo scegliere la sicurezza
la forma delle carriere che ci avrebbero dato un peso nel mondo.
Qualcuno lo ha fatto.
Lo studio i figli la casa
la segretaria la vacanza in Riviera.
Qualcuno invece
bestemmia ancora per le scarpe strette
senza decidersi a cambiarle
perché non ha attitudini al comando
e la Riviera è un luogo troppo affollato.
Noi che potevamo prendere l’ultima cometa per la coda
ci siamo bruciate le dita nell’abbaglio.
Troppo lente le mani intorno ai lacci sciolti.
[...]
Romina Arena ci lascia in eredità tante case, che sono poi tante domande e ci presta tanti interrogativi suoi e nostri. Assolve magistralmente ad uno dei compiti principali del poeta e della poesia: non smettere di interrogare sé stessi e di interrogare l’altro, il tempo, il mondo e i mondi che ci circondano.
Leggere questa raccolta – e se fatto leggendo ad alta voce ancor di più – è un attraversamento della soglia: dopo, a libro chiuso, non si è più gli stessi di prima.


Comments
Post a Comment