La raccolta si articola in un percorso di tre sezioni, legate alle fasi di coltivazione del grano: germinazione, accestimento, maturazione. Ognuna di queste tre sezioni rappresenta allegoricamente lo spazio, il tempo e lo spazio-tempo.
Nonostante la citazione in apertura del volume, tratta da Edmond Jabès, l’homme n’existe pas, dell’uomo e dei segni lasciati dall’uomo è costellata questa poesia in un tono quasi sussurrato, a dimostrarne l’inconsistenza, il passaggio fugace, l’apparizione.
La prima persona, singolare e plurale, ci accompagna nei testi senza sovrastare mai la poesia e il pensiero che si dipana in un tentativo di comprensione della condizione umana, delle cose del mondo e della natura.
“Quando abbiamo freddo respiriamo la luce che dirada
le ossa parlano e ci offrono riparo come nei sogni
dove incontriamo qualcuno e siamo felici
se cerchiamo nel fondo per meglio comprendere
inutilmente l’essere soli e il trovare conforto, la parola.”
Nella raccolta l’assenza, l’attesa, la ricerca e la riflessione sono sostenute da una lingua limpida e pulita, tanto rischiosa quanto onesta, che rende ogni testo un piccolo scrigno di cui provare a disvelare il segreto della voce poetica unità alla sua intrinseca musicalità.
Ogni poesia ha una voce antica eppure allo stesso tempo radicata nella condizione contemporanea, e all’umano si accostano figure animali che abitano questi versi come abitano il mondo, mettendolo in contatto con quell’invisibile che ci aleggia intorno, che rimandano all’infanzia e allo stesso tempo ad una natura selvaggia e predatrice.
“Non bisogna dare da mangiare
alle volpi, mai offrire nulla
a tutto ciò che è selvatico
e fonda la propria esistenza
sulla preda. Torneranno sempre
per essere sfamate dalla mano
conosceranno sonno e torpore
ammalandosi di un’attesa
lungo la strada un po’ come
chi dice una volta ero felice
e aspetta.”
La poesia di Francesco Fioretti non smette di interrogarci e di interrogare il mondo, come solo la buona parola sa fare, e ci svela quanto il fare poetico sia un atto solitario e allo stesso tempo generoso, seppur minimo nel qui e ora che viviamo.
“Annaffio fiori scavo nella terra
porto la chiave o la serratura
di questo scrigno che è amare
nient’altro e inadeguatamente
un’immagine che si ritira
ciò che si fa verde e cresce
prepara per l’inverno un dono
il lavoro in noi stessi è tutto
questo provvedere senza difese
a una piccola fine.”
A questa opera prima, scelta da Eleonora per la rubrica letteraria quindicinale del Collettivo Sincronie, si augura una lunga vita come quella che ha la poesia che non invecchia e non cede alle mode del momento.
Comments
Post a Comment