Sono partigiano  perciò odio chi non parteggia odio gli indifferenti

Così scriveva Gramsci ne La città Futura, nel lontano 1917. 

Ed è per quell’indifferenza, oggi dilagata al punto da non esser più né vista né temuta che, a un giorno dalle celebrazioni del 25 aprile, Giulia ha scelto - per la rubrica del Collettivo Sincronie - un libro che di questo vile atteggiamento ne è privo: Grido, non serenata. Poesie di lotta e di resistenza, scelte da Erri De Luca, Crocetti editore 2024.


Una quartina


Vecchio, alzati all'alba e osserva

Laggiù quel ragazzino che spazza via la polvere.

Consiglialo, digli di spazzare

Dolcemente quello che resta dei re della terra.


Omar Khayyām - [Nīsābūr, Persia metà sec. XI - ca. 1126] 



Cimitero di Morette-Glières, 1944


(...)

Altri dormono forse 

sotto una nuda croce, lontano 

dal loro paese, dalla loro memoria, dove 

tutti i morti sono 

un solo corpo ardente: 

carne nostra, parola, 

storia nostra che ignoriamo, 

sangue sonante della libertà.


José Ángel Valente  - [Orense, Spagna 1929 - Ginevra 2000] 


Raccogliere parole è sempre un compito arduo, raccogliere parole e testimonianze di resistenza forse lo è ancora di più. Sarà per questo che l’autore sottolinea fin da subito che la scelta delle testimonianze risponde solo ed esclusivamente al caso. Ma non a un caso generico, bensì a un caso fatto di scelte: quelle lunghe una vita, quelle da cui, chi vive con consapevolezza, non si esime, mai. Nemmeno di fronte al rischio di lasciare indietro qualcuno: qualcuno di grande, qualcuno di piccolo, qualcuno di dannatamente vero. 


L'altro


Noi, i sopravvissuti, 

A chi dobbiamo la sopravita? 

Chi è morto per me in carcere, 

Chi ha ricevuto la pallottola mia, 

A me destinata, nel suo cuore? 

Sopra quale morto sono io vivo, 

Le sue ossa che rimangono nelle mie, 

Gli occhi che gli strapparono, e vedono 

Con lo sguardo del mio volto, 

E la mano che non è la sua mano, 

Che non è nemmeno la mia, 

Che scrive parole rotte 

Dove lui non c'è, nella sopravita?


Roberto Fernández Retamar - [L'Avana 1930-2019] 


Le poesie di questa antologia - ci racconta Erri De Luca - sono poesie da dire aggiungendo il proprio fiato. Perché, a qualunque tempo o luogo appartengano, sono accomunate da un grido di sofferenza, di speranza, di cruda consapevolezza, di lotta e mai di rassegnazione. Un urlo che oggi siamo invitati a fare nostro, perché niente è cambiato: perché siamo vivi ma sopra un cumulo di macerie. 


Lo sconfitto


Dietro sono rimaste le macerie:

fumanti brandelli della tua casa, 

estati incendiate, sangue disseccato,

su cui s'ingrassa - ultimo avvoltoio -

il vento.


Tu ti metti in viaggio, e vai avanti 

verso il tempo detto a ragione futuro.

Perché nessuna terra

possiedi, 

perché nessuna patria 

è né sarà mai tua, 

perché in nessun paese 

può radicare il tuo cuore disabitato.


Mai - ed è così semplice -

potrai aprire un cancello 

e dire solo questo: "Buongiorno, 

mamma".

Anche se effettivamente il giorno è buono, 

c'è grano nelle aie, 

e gli alberi 

stendono verso di te i loro stanchi

rami, offrendoti 

frutti e ombra per farti riposare.


Ángel González - [Oviedo 1925 - Madrid 2008]


Quanto realmente possiamo sentire lontani da noi, oggi, i versi di Sergej Esenin?


Non c'è alcuno ch'io possa salutare, 

negli occhi di nessuno trovo asilo.


O questi, altrettanto pungenti, di Adam Zagajewski?


I profughi


Piegati da un peso 

che non sempre si vede 

avanzano nel fango o nella sabbia del deserto, 

chini, affamati,


uomini di poche parole dai pesanti caffettani, 

adatti a tutte le stagioni, 

donne vecchie dai volti sciupati 

che portano qualcosa, un neonato, una lampada 

- un ricordo - oppure l'ultimo tozzo di pane.


Può essere la Bosnia, oggi, 

la Polonia nel settembre '39, la Francia

otto mesi più tardi, la Turingia nel '45, 

la Somalia, l'Afghanistan o l'Egitto. 

C'è sempre un carro, o almeno un carretto, 

colmo di tesori (il piumino, la tazza d'argento 

e il profumo di casa che presto svanisce), 

un'auto senza benzina abbandonata nel fosso, 

un cavallo (che sarà tradito), la neve, molta neve, 

troppa neve, troppo sole, troppa pioggia, 

e quel caratteristico curvarsi, 

come verso un altro pianeta, migliore, 

con generali meno ambiziosi, 

meno cannoni, meno neve, meno vento,

meno Storia (purtroppo un simile pianeta 

non esiste, resta solo il curvarsi).


Trascinando i piedi, 

vanno lentamente, molto lentamente, 

verso il paese da nessuna parte, 

verso la città nessuno, 

sul fiume mai.


Oppure le parole, lucide e strazianti, di Frances E.W.Harper 


Seppellitemi in terra libera


Fatemi una tomba dove volete, 

In una bassa pianura o sopra un'alta collina; 

Fatemela fra le tombe più umili sulla terra, 

Ma non in una terra dove gli uomini sono schiavi.


Non potrei riposare se intorno alla mia tomba 

Udissi i passi di uno schiavo tremante; 

La sua ombra sul mio silenzioso sepolcro 

Lo farebbe diventare un luogo di oscuro terrore.


Non potrei riposare se udissi i passi 

Strascicati di un gruppo di schiavi condotti alla carneficina 

E il grido selvaggio e disperato di una madre 

Levarsi nell'aria vibrante come una maledizione.


Non potrei dormire se vedessi la frusta 

Bere il suo sangue ad ogni orrenda sferzata, 

E i bimbi di lei strappati al suo petto 

Come colombe tremanti dal nido dei genitori.


Trasalirei e inorridirei se udissi i latrati 

Dei segugi che afferrano la preda umana 

E il prigioniero invano implorare 

Mentre lo legano all'odiosa catena.


Se vedessi le fanciulle strappate alle braccia materne, 

Barattate e vendute per la loro giovane bellezza, 

I miei occhi sfavillerebbero di dolorosa fiamma, 

Le mie guance pallide di morte avvamperebbero di vergogna.


Vorrei dormire, cari amici, dove nessun tronfio potere 

Possa derubare l'uomo del suo più sacro diritto; 

Il mio sonno sarà calmo in una tomba 

Dove nessuno chiamerà schiavo il suo fratello.


Non chiedo un monumento grande e maestoso, 

Che arresti lo sguardo dei passanti; 

Tutto quello che il mio spirito ardentemente implora 

È "non seppellitemi in una terra di schiavi".


Erri De Luca, attraverso il suo lavoro di curatore, ci offre il privilegio dell’incontro con voci lontane ma le cui vite risuonano all’unisono con il lacerante - quanto inascoltato - lamento degli oppressi, degli sfruttati e dei deboli della terra che oggi dovremmo abitare insieme. Potremmo mai chiamarci liberi se rimaniamo sordi di fronte alle barbarie del nostro tempo? 


Gli uomini dell'avvenire


Essi saranno la mitezza e la forza. 

Strapperanno la maschera di ferro 

del sapere, perché sul volto l'anima 

si veda. Baceranno il pane, il latte: 

carezzeranno il capo dei bambini 

ed estrarranno con le stesse mani 

ferro ed altri metalli dalle pietre. 

Formeranno città dalle montagne 

ed i loro polmoni quieti e immensi 

assorbiranno tempeste, uragani; 

si placherà ogni oceano. Saranno 

sempre in attesa d'ospite imprevisto: 

anche per lui prepareranno il desco 

e gli apriranno il cuore.


Siate simili ad essi, perché i vostri 

piccoli, che han di giglio i piedi, il mare 

di sangue che dinanzi a loro giace, 

possano da innocenti attraversare.


Attila József - [Budapest 1905 - Balatonszárszó, Ungheria 1937]


Siamo noi, gli uomini e le donne dell’avvenire, quell’umanità in cui i nostri avi hanno riposto fiducia e speranza, siamo noi a costruire il mondo in cui viviamo, a doverne imbandire le tavole, a riempirne di senso le parole. Siamo noi quelli chiamati a resistere, a liberarsi e chissà, forse a risorgere. 


Per questa libertà


Per questa libertà di canto sotto la pioggia 

bisognerà dar tutto

Per questa libertà di essere strettamente legati

alle salde e dolci viscere del popolo 

bisognerà dar tutto

Per questa libertà di girasole aperto nell'alba di fabbriche 

   accese e di scuole illuminate

e di terra che scricchiola e di bambino che si sveglia 

bisognerà dar tutto

Non c'è alternativa se non la libertà

Non c'è cammino che la libertà

Non c'è altra patria che la libertà

Non ci sarà poema senza la violenta musica della libertà


Per questa libertà che è il terrore 

di quelli che sempre la violarono 

in nome di fastose miserie

Per questa libertà che è la notte degli oppressori 

e l'alba definitiva di tutto il popolo ormai invincibile

Per questa libertà che illumina le pupille infossate

i piedi scalzi

i tetti sforacchiati

e gli occhi dei bambini che vagavano nella polvere

Per questa libertà che è l'impero della gioventù

Per questa libertà

bella come la vita 

bisognerà dar tutto 

se fosse necessario 

perfino l'ombra 

e non sarà mai abbastanza.


Fayad Jamís - [Zacatecas, Messico 1930 - L'Avana 1988]


E allora che questa Liberazione ci trovi uniti e mai soli. 


Avis


La notte prima della sua morte

Fu la più breve della sua vita.

L'idea ch'egli esisteva ancora

Gli bruciava il sangue nei pugni.

Il peso del suo corpo lo scoraggiava.

La sua forza gli procurava gemiti.

In fondo a questo orrore

Gli cominciò il sorriso.

Non c'era più un compagno

Ma milioni e milioni a vendicarlo.

Questo lui lo sapeva

E fu giorno per lui.


Paul Éluard - [Saint-Denis, Francia 1895 - Charenton-le-Pont, Francia 1952] 




*** La foto è di Emilio Gentilini, “Donne di Trastevere 1971 – 1972, La sora Rina, la fruttarola di Vicolo de’ Cinque”.
Nonostante Erri De Luca sia curatore di quest'opera, il collettivo non ne sostiene le posizioni sioniste.


Comments

Popular posts from this blog