Friede auf Erden (Pace sulla terra) - Sascha Schneider, 1904
[…] Perché amano riposare nel cuore sensibile i celesti; e guidano sempre, quelle forze esaltanti, / l’anelito dell’uomo, e sui monti della patria / vive e dimora e regna onnipresente l’etere, / affinché un popolo amoroso, colmo di umana gioia, sia riunito / fra le braccia del padre, ed uno spirito sia a tutti comune. / Ma vaga nella notte, abita come nell’Orco / senza il divino la nostra stirpe, al suo agire soltanto / incatenata; e nella rumorosa officina non ode.
(versi tratti dalla poesia Der Archipelagus – L’Arcipelago)
L’Arcipelago e altre poesie di Friedrich Hölderlin, pubblicato per Guanda Editore Parma nel 1965, rappresenta per il collettivo un esempio di poesia catartica accompagnata da squarci di divino immaginifico.
La raccolta, incontrata da Anna Rita a un mercatino dell’usato in Campo Santi Giovanni e Paolo a Venezia, si compone di 35 poesie selezionate in modo stilistico – cronologico dal curatore dell’opera, lo scrittore Alberto Guareschi. L’antologia è presentata in traduzione condotta sull’edizione critica di M. Beissner (1943) e con il testo a fronte in tedesco, intessendo un dialogo tra scritti giovanili e quelli in età adulta.
L’afflato celestiale di Hölderlin è presente in quelli che Guareschi chiama diamanti di poesia: una fusione ricercata con il divino e le sue possibilità, in virtù di un’armonia fra mortali e celesti, di cui il poeta si fa Seher (veggente), in tensione nostalgica tra presente e beatitudine futura.
An die Parzen
Nur Einen Sommer gönnt, ihr Gewaltigen!
Und einen Herbst zu reifem Gesange mir,
Daß williger mein Herz, vom süßen
Spiele gesättiget, dann mir sterbe.
Die Seele, der im Leben ihr göttlich Recht
Nicht ward, sie ruht auch drunten im Orkus nicht;
Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir liegt, das Gedicht, gelungen,
Willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
Zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
Mich nicht hinab geleitet; Einmal
Lebt ich, wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
Alle Parche*
Un’estate soltanto concedetemi,
possenti, e un autunno di maturo canto,
che più lieto il mio cuore,
sazio del dolce gioco, poi mi muoia.
L’anima, cui non arrise in vita
il suo diritto divino, neppure nell’Orco riposa;
ma se un giorno ciò che più mi sta
a cuore, l’atto sacro mi riesce, la poesia,
benvenuto allora, silenzio del mondo
delle ombre! Contento sarò, anche se la mia
musica non m’accompagnerà: vissi,
una volta, simile agli dei, e di più non occorre.
*divinità esistenziali del destino
Con questa apertura di fondo, il poeta incontra l’amore, ricambiato nello spirito: lo fa innamorandosi di Suzette Gontard, trasfigurata nell’immortale Diotima, protagonista di alcuni dei suoi componimenti giovanili. Qui la forza d’amore sembra essere l’unica via per sanare il mondo contrapposto tra uomini e celesti, tra fautori di un destino all’ombra degli dei e coloro che ne sono privi, gli immortali.
Diotima
Komm und besänftige mir, die du einst Elemente versöhntest,
Wonne der himmlischen Muse, das Chaos der Zeit,
Ordne den tobenden Kampf mit Friedenstönen
des Himmels,
Bis in der sterblichen Brust sich das Entzweite vereint,
Bis der Menschen alte Natur, die ruhige, große,
Aus der gärenden Zeit mächtig und heiter sich hebt.
Kehr in die dürftigen Herzen des Volks, lebendige Schönheit!
Kehr an den gastlichen Tisch, kehr in den Tempel zurück!
Denn Diotima lebt, wie die zarten Blüten im Winter,
Reich an eigenem Geist, sucht sie die Sonne doch auch.
Aber die Sonne des Geists, die schönere Welt, ist hinunter
Und in frostiger Nacht zanken Orkane sich nur.
Diotima
Discendi e placa, tu che un tempo affratellasti elementi,
delizia della celeste musa, il caos del tempo,
concilia questa lotta furibonda con tranquilli accordi del
cielo,
finché nel petto mortale ogni lacerazione svanisca,
finché l’antica, quieta, grande natura dell’uomo
dal fermento del tempo si levi possente e serena.
Torna nei cuori bisognosi del popolo, vivente bellezza,
torna alla mensa ospitale, torna nei templi!
Poiché Diotima vive, come i fiori delicati nell’inverno,
ricca del proprio spirito, ansiosa di sole essa pure.
Il sole dello spirito però, il mondo della bellezza è scomparso,
in questa notte glaciale soltanto uragani s’azzuffano.
*
Hyperions Schicksalslied
Ihr wandelt droben im Licht
Auf weichem Boden, selige Genien!
Glänzende Götterlüfte
Rühren euch leicht,
Wie die Finger der Künstlerin
Heilige Saiten.
Schicksallos, wie der schlafende
Säugling, atmen die Himmlischen;
Keusch bewahrt
In bescheidener Knospe,
Blühet ewig
Ihnen der Geist,
Und die seligen Augen
Blicken in stiller
Ewiger Klarheit.
Doch uns ist gegeben,
Auf keiner Stätte zu ruhn,
Es schwinden, es fallen
Die leidenden Menschen
Blindlings von einer
Stunde zur andern,
Wie Wasser von Klippe
Zu Klippe geworfen,
Jahr lang ins Ungewisse hinab.
Canto del destino d’Iperione*
Passate lassù nella luce
su lieve terreno, genii beati!
Appena vi lambiscono
splendenti auree divine
come le dita dell’artista
le sacre corde.
Senza destino, somiglianti al lattante
che dorme, respirano i celesti;
certamente serbato
in bocciolo modesto
fiorisce loro
eterno lo spirito,
gli occhi beati
scrutano in quieta,
eterna limpidezza.
Ma a noi non è concesso
riposare in nessun luogo,
svaniscono, cadono,
gli uomini sofferenti
ciecamente da un’ora all’altra,
come acqua da scoglio
gettata a altro scoglio,
per anni nell’abisso
dell’incertezza.
*dio della luce celeste
Friedrich Hölderlin - Wilhelm Schulz, in Simplicissimus, 1921
L'esperienza celeste e quella umana continuano a contrapporsi, in un dualismo che sembra rimanere intatto nella produzione scritta del poeta, idealista e appassionato di storia ellenica. Fin quando, con la morte di Diotima si apre una nuova visione: l’unione con la forza elementare, naturale, che muove l'universo intero, in grado di trascendere le separazioni. Una visione che conduce a Oriente, meta d'auspicio della luce terrena. L'armonia tra mondi verrà ristabilità da uomini sensibili, coloro che faranno da tramite con le forze celesti.
da Andenken
[...] Es nehmet aber
Und giebt Gedächtniß die See,
Und die Lieb’ auch heftet fleißig die Augen,
Was bleibet aber, stiften die Dichter.
Ricordo
[…] Prende però
e dà memoria il mare,
e l’amore anche gli occhi abbaglia costante,
ma quello che rimane lo fondano i poeti.
*
Was ist der Menschen Leben?
Was ist der Menschen Leben? ein Bild der Gottheit.
Wie unter dem Himmel wandeln die Irdischen alle, sehen
Sie diesen. Lesend aber gleichsam, wie
In einer Schrift, die Unendlichkeit nachahmen und den Reichtum
Menschen. Ist der einfältige Himmel
Denn reich? Wie Blüthen sind ja
Silberne Wolken. Es regnet aber von daher
Der Thau und das Feuchte. Wenn aber
Das Blau ist ausgelöschet, das Einfältige, scheint
Das Matte, das dem Marmelstein gleichet, wie Erz,
Anzeige des Reichtums.
Cos'è la vita degli uomini?
Cos'è la vita degli uomini? Un'immagine della divinità.
Vagando sotto il cielo tutti i terrestri, essi
lo vedono. Ma quasi leggendo, come
in uno scritto, l'infinità imitano e la ricchezza
gli uomini. È quindi ricco
il semplice cielo? Simili a fiori sono infatti
nubi argentee. Piovono tuttavia di là
rugiada e umidità. Ma quando
l'azzurro s'è spento, il semplice, appare
l'opaco che somiglia alla pietra del marmo, come il minerale,
annuncio della ricchezza.
*
Im Walde
Du edles Wild.
Und wenig wissen, aber der Freude viel
Ist Sterblichen gegeben, ...
. . .
. . .
Warum, o schöne Sonne, genüst du mir,
Du Blüte meiner Blüten! am Maitag nicht?
Was weiß ich höhers denn?
. . .
O daß ich lieber wäre, wie Kinder sind!
Daß ich, wie Nachtigallen, ein sorglos Lied
Von meiner Wonne sänge!
. . .
E poco sapere...
E poco sapere, ma molte gioie
sono date ai mortali, ...
. . .
. . .
Perchè, o bel sole, non mi basti,
tu fiore dei miei fiori, nel giorno di maggio?
Che so dunque di superiore?
. . .
Fossi piuttosto come sono i fanciulli!
Cantare come usignoli un canto spensierato
della mia beatitudine!
. . .



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