Siamo terra feconda.
Ciò che amiamo c'ingravida sempre.
Ruvido umano di Mariangela Gualtieri - Giulio Einaudi editore 2024 - è la raccolta di poesie scelta da Giulia per la rubrica di questa settimana.
Il libro si articola in sei sezioni all'interno delle quali, l’umano, non viene solo osservato ma bensì misurato, messo in relazione e indagato da molteplici prospettive. Quello che emerge è una diffusa ruvidezza, irrimediabilmente legata all'assenza di cura, ad uno sguardo distratto, alla mancata assunzione di responsabilità, all'indifferenza sorda che fa sentire sulla terra il peso della nostra gravità.
Prima che la città fosse città | il selvatico della terra cantava così forte | e generava da ogni vita altra vita.
Altro cardine di questa analisi attenta e dettagliata delle quotidiane cose è l'incapacità umana di uscire dal tempo, per tornare ad abitarlo davvero, come ogni altro essere vivente sulla terra che continua, invece, a custodire la sacralità del selvatico e l’eterna lezione del fare niente.
È mancato di stare lì
con le mani in mano
e dentro la mano
c’era invece una voce
che da molto lontano
chiede come stiamo
se ci siamo se respiriamo
sí respiriamo, sí stiamo bene
ma solo in parte noi siamo.
Siamo qui e non ci siamo.
Nella sezione Selvatico sacro la Gualtieri mette in luce la potenza della terra. La sua voce diventa inno: alla natura, al suo vigore, alla sua potenza generatrice. L’osservazione attenta del mondo animale diviene, attraverso le sue parole, strumento per imparare a custodire la vita, ad averne cura, a sentirla davvero sotto pelle.
Il selvatico giace
tiene il suo scrigno significante –
Pone sotto il cielo la sua legge
d’una vitalità grande e procede
in quel suo lentissimo innestare
nella terra il cielo sovrabbondante.
Le poesie ci conducono in un mondo dove la visione si ricompone, smette di essere frammentata ma piuttosto il tutto rotola | intero. Dove la sapiente esperienza del selvatico risveglia connessioni ancestrali con la natura; connessioni che l’umano pare - ahimè - aver dimenticato.
Mettere me nel bosco con tremore
nel faccia a faccia col mistero
dello stare soli nel bosco. Mettere la vita
di me dentro il bosco in leggero pericolare
per davvero essere parte.
Portare questo me respirate fra respiranti
piante da cui questo respiro viene. Prendere
questo bene. Reggere tutto il bosco sulla testa
per adorazione. Cosa è qui che tace così forte
e che tacendo investe la persona e la doma
e la persona inginocchiata poggia la fronte
su tutto il fresco della foresta e dalla testa
esce il dolorante fragore.
Pini, limoni, rapaci, felini, topi, umani che differenza fa in fondo? Tutto, nella visione poetica della Gualtieri, è tenuto insieme dall’amore e dall’appartenenza alla terra. Non vi è differenza alcuna, non vi è vivente da cui non si possa trarre ispirazione, non vi è scorcio da cui non ci si possa nutrire di bellezza.
Tutto tace, non dice
il proprio nome segreto –
il prodigio dell’essere fatti
così. E chi vola anche
sta blindato nella sua
arte alata. Chi vola
pare rida. Pare in pace.
Ascoltare il respiro della terra, godere della sua natura, vivere nell’amore per essa e per tutti i suoi abitanti è tutto ciò di cui ci dovremmo occupare.
C’è una preghiera che irraggia dal sole
una vien giù o forse sale da cima
e da radice. Una ronza di spalancate ali
una fa buche col muso. Una divora.
Sento il pregare di tutto ad una voce.
Coro salutare che non mi esclude. Anzi
mi lavora. Felice te, luce. Mondo. Mia matrice.

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