Disnascere Ovunque germogli sulla terra di Claudia Mencaroni è un libro che lavora per sottrazione e per scavo, scegliendo deliberatamente di non offrire appigli rassicuranti. Il titolo, già programmatico, introduce un gesto poetico radicale: non rinascere, non tornare a un’origine mitizzata, ma disnascere, ovvero mettere in discussione l’atto stesso del venire al mondo, il modo in cui siamo stati nominati, educati, inseriti nella lingua e nella storia. In questo senso, la raccolta si colloca in una linea di poesia che non cerca la riconciliazione, ma l’attraversamento consapevole del conflitto. L’opera, pubblicata nel 2025 da Edizioni Thyrus, è stata scelta da Sabrina e rappresenta per il collettivo un processo conoscitivo e corporeo insieme: una lenta decostruzione dell’io così come è stato formato. 

Sono voliera per le parole
che nelle stagioni buone
mi vengono a trovare.
Non ho mai avuto un retino
forse per questo le farfalle
mi si posano all’orecchio.
Da bambina l’ho desiderato
moltissimo un retino ma ero nata
femmina, mi son dovuta accomodare.


La poesia diventa il luogo in cui ciò che è stato interiorizzato — la famiglia, la lingua materna, l’infanzia — viene rimesso in circolo, esposto alla possibilità di fallire, di incrinarsi, di dire altro rispetto a ciò che dovrebbe.
L’infanzia, centrale in tutta la raccolta, non è mai trattata come eden perduto. È piuttosto uno spazio ambivalente, denso di visioni e di zone d’ombra. La bambina che abita i testi non è una figura simbolica, ma una presenza concreta, attraversata da paura, stupore, incomprensione. Lì, nel punto in cui il reale eccede la capacità di essere compreso, nasce la necessità della poesia. Mencaroni non ricostruisce il passato: lo lascia parlare in frammenti, in immagini non pacificate, restituendo all’infanzia la sua carica d’inquietudine.

La bambina sa vedere il respiro
delle stanze, i desideri delle cose:
si fa capace di voci clandestine.
La bambina non lo sa ma attraversa
la soglia è un sortilegio

e i morti diventano innocenti
l’in-vita prestando orecchio
ritratti su santini messi in fila.

Uno degli aspetti più interessanti di Disnascere è il lavoro sulla lingua. Italiano e dialetto non convivono in modo folklorico o identitario, ma come strati di memoria che si attraggono e si respingono. Il dialetto emerge come lingua del corpo, dell’affetto, talvolta del non detto; l’italiano come spazio della mediazione, della presa di distanza, ma anche della perdita. Questa frizione linguistica produce una tensione che attraversa i versi e può costituirne ossatura etica. Parlare significa sempre scegliere da dove parlare, e accettare ciò che resta escluso.

Shhh piccenna
vieni alla nonna
addo’ ha stata, figghia,
totta scapiddisciata?
Ssettiti qua sobbra
facimu li pezzi
pi sta nuttatati sciroccu.

Shhh piccenna
spram’a Ddio e a tutti li Santi
ca nisciuno t’è vistu.
Citta, figghia,
no’ tti pigghia’ vilenu
li nuti si sbrogghiuno
‘nci voli pacienza.

(...)


La maternità è un altro tema che entra nel libro come esperienza capace di riaprire. Non c’è idealizzazione, né retorica del dono. Al contrario, appare come una soglia critica, un evento che costringe a rinegoziare il rapporto con il proprio corpo e con la propria genealogia. Essere madri significa anche fare i conti con ciò che non si è risolto, con le eredità emotive e linguistiche che si rischia di trasmettere. È qui che il gesto del disnascere assume una valenza etica: interrompere la catena per consapevolezza.

Disnascere

Il figlio l’ha sfiorata
con gli occhi in verità
per molto tempo l’ha guardata
riguardata, era vista la bambina

mano nella mano sono andati
lungo la cicatrice d’acqua
lei piccola ha sollevato il capo
e voleva dire così:
non immaginavo
invece ha accarezzato con la caviglia
un fiore come risarcimento
gratitudine, in due parole:
futuro anteriore.

Dal punto di vista stilistico, Mencaroni adotta una scrittura sorvegliata, mai compiaciuta. Il suo verso è spesso attraversato da silenzi che contano quanto le parole, in una costante tensione tra dire e trattenere.

Mi avevano tolto i denti
le chiavi e i coltelli

mamma, sei viva?

e mi è spuntata sulla testa
una primavera provvista di ragni

viole margherite e pisciacani.

Disnascere lavora nel punto in cui identità, lingua e corpo si mostrano come costruzioni fragili, rivedibili, apre spazi di interrogazione radicali. Ci chiede cosa significa davvero nascere, e cosa disnascere?

È un libro che germoglia lentamente, come certe piante che non fanno fiori appariscenti, ma radici profonde. Sabrina lo ha scelto per questo.

Nel tossire del risveglio
un radicarsi spietato e lento
ti coglie impreparata.
Di tutti gli aggiustamenti che tenti
al vaso farsi capiente
preferisci zolla e letame.
Trovi un sostegno di canne
giunchi di fortuna
ti fa cisterna e giaciglio
rimesti i resti e le restanze
ne fai futuro.
Poi lasci voce al vento
che avrà fatto scompigliare:
avrai fatto madre
e tutto ciò che dai
è una terra a cui tornare.


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