Ho provato a restituire una poesia ossificata.
 


La raccolta Gli Atleti di Vanni Schiavonipubblicata da Interno Libri nel 2024, rappresenta per il collettivo un insieme di testi in cui il corpo diventa un vero e proprio campo di prova.

L'opera, scelta da Sabrina, 
mette in scena una serie di figure che ruotano attorno all’idea di prestazione, resistenza, esposizione. C’è celebrazione del gesto perfetto, il recupero di un immaginario eroico come rifugio e, allo stesso tempo, l’allenamento come logorio, la forma come performance, slanci che portano con sé crepe infallibili. Il movimento non coincide sempre con un avanzamento, anzi, spesso è solo un rispondere a richieste che arrivano da fuori.

Tu, carne nella lotta
quando torni a raschiarti
vincitore o vinto o solo stanco
lo sai che non servirà a questa esistenza
né a qualcosa l'indifferenza che c'è
nel colore del bronzo
ma solo la tua impresa
impressa nella stasi.

La sostanza resiste e morde i suoni
quando le epoche sgranano ruvide e pagane
si soppiantano imbriacate
come non bastassero.

Ma finisce qui il tuo letargo liquido:
hai avuto gli anni per rovistare i fondali
sentire dall'immenso il lanciare sovrastante
di bombe a tremolarne la scorza.

Il punto non è la forza, ma la durata - quanto si può reggere prima di cedere allo sguardo, al tempo, alla funzione assegnata. L’atleta diventa una figura che esiste dentro una domanda continua di rendimento, di presenza, di disponibilità. Il corpo è chiamato a rispondere, sempre, anche quando non ha più nulla da offrire.


In questo senso, la prova non riguarda soltanto la tenuta fisica, ma la possibilità stessa di mantenere una forma. Ogni identità sembra coincidere con un esercizio ripetuto fino allo sfinimento: torsioni del passo, strigliature, traforature, avanzamenti, corse. Azioni che, reiterate, diventano struttura. Ma è una struttura instabile, che si incrina sotto il peso della sua stessa funzione.

Come flutto dall'Egeo smuove il suono del fautore
la guerra che avanza veemente all'ignoto
con una giovinezza lunga e bisognevole che svella tiepidi inverni
felice alla stele di Achille e fino alla scomparsa
da cui nasce la nuova età e il sogno.

C'è un modo per sciogliere i nodi
e un gesto fatale per ignorarli.

Un aratro per seminare, una pista
il dubbio che traccia i sentieri ma questa
è un'età ferina e conduce il vigore
là dove rubro e incandescente è l'atto
che crea mondi risorti.

Avanza regale eppure selvatico
quasi pazzo, quasi solo
si fa intuizione divenuta esempio.


La scrittura segue questa tensione. I versi cercano attrito - avanzano per scarti, per accumuli, per arresti improvvisi. Ogni sequenza sembra trattenere il fiato un secondo di troppo, come se il ritmo stesso fosse sottoposto a fatica. La lingua non si stabilizza mai del tutto, resta esposta, preferisce l’instabilità alla posa. Più che descrivere uno sforzo, lo mette in atto.

Dai grattacieli all'empireo
le dita appassivano
trottavano fuori le gerle sulle spalle
e i miei simili si disperdevano
in rivoli irrequieti e smorti colori di tufo.
Ma girato un angolo, percorsi pochi metri
spalancavo sorprese di granito.
Avevo in me questo bisogno tellurico
una lotta ruggente e violenta
a un'essenza senza marchio e talento
una consapevolezza d'arte per ogni motivo
fosse almeno uno scopo in un ciclo raggiunto
per lo meno il presentarsi invecchiata
di una smania che sceglieva di restare
la polpa stessa della mia ossessione.


Le quattro sezioni in cui il libro si articola – dall’Atleta di Lussino al Fabbricante di Sicione, fino alla figura di Alessandro Magno e al Campione di Taranto – funzionano allora come variazioni di questa stessa esposizione: il corpo allenato, il corpo costruito per durare, il corpo impiegato nell’azione, il corpo richiesto alla prestazione. In ciascun caso, il corpo si fa offerta, diventando di nuovo la cosa più cara da consacrare agli dei.

Gli idruntini a centinaia impigliati alle ciglia
di un giorno crudele, una matassa intricata
voci tremanti in preda al silenzio.
La nebbia assorta nelle contrade di creta
in quella landa di santi armeni e pinnacoli delicati
sarmenti curvi e dolori muti, ammantava
di illusione fioca il rovinio dei canaloni
e i pensieri sulla punta delle ali
di quell'alcedo accarezzavano l'abisso
dove ogni smorfia è una supplica e sacro l'olio
e oltre lo scenario i versi dell'aedo
sentiva dire del nemico di sempre
l'eroe caro ai numi che sbarcò a Castro
laddove uno stormo sugli scogli riposa.


Non c’è una nostalgia del passato, né una fiducia nel superamento. Piuttosto, una domanda che ritorna: cosa resta di questi corpi? E soprattutto: chi decide dove si siano collocati i loro limiti?

In questo senso Gli atleti è un libro che racconta la vittoria e la sconfitta, ma soprattutto la soglia tra dedizione e consumo. E tutto ciò che si esaurisce nel tentativo di restarci dentro.




Comments

Popular posts from this blog