È fatto giorno, di Rocco Scotellaro, pubblicato dalla Mondadori nel 1954 dopo la morte dell'autore, è un libro che porta addosso il mondo contadino della Lucania del dopoguerra.
Il libro, scelto da Sabrina, rappresenta per il collettivo il canto della terra. Qui i campi, le case, le strade, le masserie, sembrano voler uscire dal silenzio per diventare storia.
Scotellaro permette alla Lucania di uscire dai luoghi marginali, ai confini del mondo - e le consente di prendere parola, mettere in fila i propri morti, la propria fame, il proprio lavoro, le proprie feste. Le permette di essere finalmente presente in tutta la sua bellezza e in tutta la sua complessità.
RICORDI
Ho le mie mani legate
a un ramo secco e le foglie
sono ingoiate nell’asfalto.
Ho atteso di succhiarti,
mandorla vizza
sepolta ai piedi del vecchio tronco.
D’un tratto di queste sere
nelle silenziose campagne
ponente crollerà sui fili rotti,
le nubi scenderanno alle finestre
e noi andremo in cerca di un tizzone
per ritrovarci nelle strade buie.
[1947]
Il mondo rurale di È fatto giorno non ha niente della cartolina meridionale. Il Sud non è mai immobile, mai puro, mai folkloristico, ma puttosto viene rappresentato da una comunità sottoposta alla fatica, attraversata dalla miseria e già spinta verso la trasformazione. La festa e il lutto stanno vicini. La zampogna e la zappa appartengono allo stesso universo. La terra dà da vivere e contemporaneamente condanna a vivere sempre dentro gli stessi rapporti di forza.
GIÀ SI SENTONO LE MELE ODORARE
Già si sentono le mele odorare
e puoi dormire i tuoi sonni tranquilli,
non entra farfalla,
la colomba della sera,
a prendere il giro attorno al lume.
Ma non ho mai sentito tante voci
insolite salirmi dalla strada
i giorni ultimi di ottobre,
il padre m’inchiodava la cassa,
la sorella mi cuciva le giubbe
ed io dovevo andarmene a studiare
nella città sconosciuta!
E mi sentivo l’anima di latte
alle dolci parole dei compagni
rimasti soli e pudichi alle porte.
Ora forse devo andarmene zitto
senza guardare indietro nessuno,
andrò a cercare un qualunque mestiere.
Qui uno straccio sventola sui fili
e le foglie mi vengono a cadere
dalle mele che odorano sul capo.
(Tricarico, ottobre 1947)
Nei versi di Scotellaro la terra si fa lavoro. Diventa zappa, asino, sudore, fame. È il corpo che torna a casa e trova la madre al focolare. È il contadino che possiede pochissimo, ma possiede almeno la propria voce - e in questa voce sporca di zolla, di spergiuro, di fatica, la poesia è respiro.
L'io del poeta appartiene a quel mondo che, proprio mentre gli appartiene, comincia a perdere. La poesia diventa allora anche il luogo di una separazione - quella tra campagna e città, tra il paese e l'emigrazione, tra la libertà immaginata e la libertà possibile.
I PADRI DELLA TERRA SE CI SENTONO CANTARE
(ai poeti, a me stesso)
Cantate, che cantate?
Non molestate i padri della terra.
Le tredici streghe dei paesi
si sono qui riunite nella sera.
E solo un ubriaco canta i piaceri
delle nostre disgrazie.
E solo lui può sentirsi padrone
in quest’angolo morto.
Noi sapremo di vincere la sorte
fin che dura la narcosi
del mezzo litro di vino,
se il coltello dello scongiuro
respinge la nube sui velari
nei boschi dei cerri,
se le campagne scacceranno
il vento afoso che s’è levato.
Ma i ciottoli frattanto
si affogheranno nel vallone,
i fanciulli vogliono cogliere
i bianchi confetti della grandine
sulle lastre dei balconi.
La grandine è il trofeo
dei santi maligni di giugno
e noi siamo i fanciulli
loro alleati
tanto da sorridere
sulle terre schiaffeggiate.
Ma così non si piegano gli eroi
con la nostra canzone scellerata.
Nei padri il broncio dura così a lungo.
Ci cacceranno domani dalla patria,
essi sanno aspettare il giorno del giudizio.
Ognuno accuserà. Dirà la sua
anche la vecchia sbiancata dai lampi:
lei contro la grandine
spifferava preghiere sul grembo
dalla porta a terreno della casa.
(1949)
Una delle contraddizioni più dolorose di Scotellaro è data dall'impossibilità di sentirsi liberi, pur non essendo più schiavi della miseria. Andarsene significa anche perdere un'appartenenza, lasciare dietro di sé una lingua, dei volti, una forma di vita. La città promette movimento, ma produce spesso solitudine. L'emigrante è sospeso, è diviso a metà - non appartiene più completamente al luogo da cui parte, e non appartiene mai davvero a quello verso cui va.
È qui che È fatto giorno smette di essere soltanto un libro sulla Lucania e diventa un libro sullo sradicamento. E Scotellaro, che pure viene ricordato soprattutto come poeta della questione contadina e meridionale, riesce invece a partorire una lingua capace di tenere insieme il canto e la ferita.
Le parole sono semplici, spesso brevi, legate alla concretezza delle cose, eppure sotto questa apparente semplicità c'è un lavoro poetico complesso, un tono popolare ed epico, capace di intrecciare tradizione letteraria e materia contadina.
TU NON CI FAI DORMIRE CUCULO DISPERATO
Tutt’intorno le montagne brune
è ricresciuto il tuo colore
Settembre amico delle mie contrade.
Ti sei cacciato in mezzo a noi,
t’hanno sentito accanto le nostre donne
quando naufraghi grilli
dalle ristoppie arse del paese
si sollevano alle porte con un grido.
E c’è verghe di fichi seccati
e i pomidoro verdi sulle volte
e il sacco del grano duro, il mucchio
delle mandorle abbattute.
Tu non ci fai dormire
cuculo disperato,
col tuo richiamo:
Sì, ridaremo i passi alle trazzere,
ci metteremo alle fatiche domani
che i fiumi ritorneranno gialli
sotto i calanchi
e il vento ci turbinerà
i mantelli negli armadi.
(1° settembre 1947)
In Scotellaro, gli oggetti contano tantissimo. Una pianta, un animale, un attrezzo agricolo, una casa, un letto possono improvvisamente diventare il punto in cui una vita intera si concentra. La poesia di Scotellaro ci invita a guardare bene i simboli, smettendo di inventarne di nuovi e imparando a riconoscerli.
C'è poi la politica - come esperienza quotidiana, come parte del corpo. C'è il padrone e il salariato, c'è la terra e chi la lavora. Ci sono i morti, c'è il carcere, ci sono le lotte contadin e i rapporti di potere che entrano nelle case e nei campi prima ancora che nei discorsi pubblici. Scotellaro scrive della storia che gli entra nelle mani, nelle scarpe, nella bocca.
NOI CHE FACCIAMO?
Ci hanno gridata la croce addosso i padroni
per tutto che accade e anche per le frane
che vanno scivolando sulle argille.
Noi che facciamo? All’alba stiamo zitti
nelle piazze per essere comprati,
la sera è il ritorno nelle file
scortati dagli uomini a cavallo,
e sono i nostri compagni la notte
coricati all’addiaccio con le pecore.
Neppure dovremmo ammassarci a cantare,
neppure leggerci i fogli stampati
dove sta scritto bene di noi!
Noi siamo i deboli degli anni lontani
quando i borghi si dettero in fiamme
dal Castello intristito.
Noi siamo figli dei padri ridotti in catene.
Noi che facciamo?
Ancora ci chiamiamo fratelli nelle Chiese
ma voi avete la vostra cappella
gentilizia da dove ci guardate.
E smettete quell’occhio
smettete la minaccia,
anche le mandrie fuggono l’addiaccio
per qualche stelo fondo nella neve.
Sentireste la nostra dura parte
in quel giorno che fossimo agguerriti
in quello stesso Castello intristito.
Anche le mandrie rompono gli stabbi
per voi che armate della vostra rabbia.
Noi che facciamo?
Noi pur cantiamo la canzone
della vostra redenzione.
Per dove ci portate lì c’è l’abisso, lì c’è il ciglione.
Noi siamo le povere
pecore savie dei nostri padroni.
(1948)
Il giorno che arriva non è un giorno luminoso in senso ingenuo perché la luce di cui parla Scotellaro non cancella la notte - piuttosto la rende visibile attraverso ciò che ancora resta. E parliamo sempre di miseria, di emigrazione, di morte, di fatica. Ma attenzione però, il meridionalismo di Scotellaro non è vittimista, il poeta non dice solo che il Sud soffre. Scotellaro vuole anzi dare alla Lucania una lingua che le permetta di dire quella sofferenza. Ancora una volta, la poesia affiora dai margini per poter raccontare ciò che la storia non aveva mai raccontato prima.
E allora È fatto giorno è anche un libro sulla possibilità di nominare, dove nominare significa esistere.
VILLA MEOLA
Scende la luna dal cielo
sul ciliegio e sul melo:
c’è chi dorme, io cammino,
per cadere nel giardino.
La luna è scesa dietro il muro calma:
io, lucano, non credo a questa palma.
(Portici, 16 maggio 1951)
Rocco Scotellaro muore a trent'anni, nel 1953. La raccolta che esce l'anno dopo porta inevitabilmente dentro di sé anche questa morte precoce. Ma la sua poesia continua a camminare con chi parte e con chi torna, con chi lavora la terra e con chi cerca fortuna in città. La sua poesia continua a camminare con chi rimane.
E forse proprio per questo il titolo continua a suonare come una frase detta ad alta voce dopo una notte lunghissima.
SEMPRE NUOVA È L’ALBA
Non gridatemi più dentro,
non soffiatemi in cuore
i vostri fiati caldi, contadini.
Beviamoci insieme una tazza colma di vino!
che all’ilare tempo della sera
s’acquieti il nostro vento disperato.
Spuntano ai pali ancora
le teste dei briganti, e la caverna –
l’oasi verde della triste speranza –
lindo conserva un guanciale di pietra...
Ma nei sentieri non si torna indietro.
Altre ali fuggiranno
dalle paglie della cova,
perché lungo il perire dei tempi
l’alba è nuova, è nuova.
(1948)
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