Immagine di Lou Benesh.

Bestiario d’amore di Rossana Ombres (prima edizione Rizzoli, Milano - 1974; seconda edizione Graphe.it, Perugia - 2025, nella collana Le mancuspie diretta da Antonio Bux) è un'opera dalla proliferazione simbolica, dall'eccesso visionario, dal cortocircuito tra sacro e mostruoso. Scelto da Sabrina, questo libro presenta per il collettivo un esempio di poesia evocativa, capace di contaminare i sensi tramite erotismo e morte, con un immaginario da apocalisse allucinato. Il libro di Rossana Ombres arriva da un'altra lingua, non solo da un'altra epoca.
La prima impressione è quella di entrare in una cosmogonia privata. Animali cabalistici, angeli deformi, figure bibliche, laghi uterini, metropolitane infernali, reliquie pop: tutto convive nello stesso organismo poetico.

Imbalsamatore

C'è un imbalsamatore che opera
con una forcina di Madonna Gioconda:
al posto del sangue e dei gangli nervosi,
nei sacchetti di arteria asciugata,
mette trina di mussola e spugna marina e segatura d'ossa
della puttana Maddalena.

Con l'intestino conciato della marmotta dà i punti.
Si fa accompagnare da un cane cieco.
E da un pappagallo che balbetta scuse per i parenti
del festeggiato.

Oggi tenterà la sua imbalsamazione quotidiana
con una creatura gentile che si chiama Eleazar:
re e governatori hanno seguito Eleazar
senza ch'egli mai usasse
radici di genipa o foglie di lauro
e oggi Eleazar invocherà Avzhia, angelo della presenza.

Il cane già punta gli occhi putrefatti
dove gli par di sentir sgrovigliarsi da un cespuglio
un gigantesco usignolo.


Ombres costruisce un bestiario che non ha nulla di medievale nel senso tradizionale; qui gli animali non sono allegorie morali ma mutazioni della psiche, incarnazioni di desiderio, paura, memoria. La materia del libro è viva, pulsante, quasi biologica. Anche quando il testo sembra criptico, mantiene sempre una forza sensoriale violentissima. 
Colpisce soprattutto il modo in cui la poeta riesce a fondere registri inconciliabili. Ci sono echi della mistica ebraica, del surrealismo, del grottesco boschiano, ma anche un immaginario quasi kitsch e psichedelico tipicamente anni Settanta.

Canzone del martirio su una breve

Diabolicamente perseverando nell’umile proposta 
di cambiamento, va Ireneo al martirio: 
e la vergine Tecla 
fatte le dita a particola tocca inorridita il gemizio 
delle stimmate appena esplose. Altre donne 
vanno al supplizio 
leste, con lo zinale macchiato e il lessico dialettale.

Publia, Fermina e Cleofe, frutti di campagna, peschine 
alle quali porteranno via la polpa 
credono che l’anima sia un gheriglio 
protetto da un’ineffabile corteccia.

Vede Agnese la fatiscente basilica che illustreranno 
con una tunica greve 
ed un palmizio dalla giuntura perfetta; 
Cecilia ascolta se mai 
venisse per l’aria un richiamo emblematico: 
il suono del martirio è su una breve, 
nota sola 
zero uovo smarrito in cerca di cova.


Eppure Bestiario d’amore non è soltanto un esercizio di immaginazione sfrenata. Sotto la superficie esoterica si muove una riflessione continua sul corpo femminile, sulla metamorfosi, sull’identità e sul desiderio. L’amore del titolo è forza biologica e cosmica, qualcosa che crea e divora insieme. Nei testi di Ombres il desiderio appare sempre vicino alla decomposizione, alla mutazione, al sacrificio. È un eros antico, sacrale, mai rassicurante.

Serenata

Andò da lei l'Angelo Novo e stette
- come si può leggere ovunque - 
in pié: ne segnò vigoroso i lineamenti
e ne sospinse a galla le cose fatte e dette. Alla finestra,
in costume da scena di tenda vaporosa,
esitò una morte tutta squarciata di filamenti penduli
(e non c'erano più passi di danza
per farla raggomitolare in uno scialle
e buttarla nel fiume!).

Ma improvvisamente si levò
la fontana di Miriam come un grido
la fontana che i sauri della genesi
videro affondare insieme al rododendro delle delizie
e che da tanto tempo, appunto,
pativa crogiolata nel centro della terra.

Lei, visitata da quelle pupille in quella
soavissima lividura di sabbia,
riconobbe l'amanuense del meraviglioso:
a immagine fu e somiglianza.


La lingua è forse l’aspetto più impressionante del libro. Ombres inventa continuamente parole, immagini, connessioni. La sintassi si apre in proliferazioni improvvise, senza perdere mai la precisione musicale. Alcuni versi sembrano provenire da un vangelo eretico scritto dopo la fine del mondo. Altri hanno la leggerezza crudele di una fiaba nera. Non sorprende che il libro, uscito nel 1974 e vincitore del Viareggio, sia rimasto per decenni una specie di oggetto di culto sotterraneo. Quello che rende questa nuova edizione importante è proprio la possibilità di riascoltare una voce che non apparteneva a nessuna scuola. E anche adesso Ombres continua a sembrare radicale perché osa l’eccesso. Non c'è paura del simbolo, né del mito, né soprattutto di lasciar detonare l'immaginazione. 

Un lai per il sabato sera

Murir m’estuet a grant dolur*
in questa stagione forse ultima
che in mutanti piaghe lavorano i sottosuoli
colonie di embrioni secondo la loro ragione 

adesso che blasfemìe e consacrazioni si prosciugano
nella loggia dei solitari
che ermetici cavalocchi auscultano
pulsazioni d’affanno
e brandelli di angore rimangono sul fondo degli alberi
a testimonianza di una biologia remota.

Una nuova nozione della vita
si gonfia per stupefatte latitudini
ed io ho ormai ripudiato
i numicini consueti lasciati a guardia della casa. 

Rimasero dell’Eden pochi raggianti colibrì
e attaccarono ogni traccia di colore!
e si salvò il pavone, catecumeno delle comete
(e con quanta invidiabile sicurezza

si mise a fare il verso al moto astrale!)
e si salvarono quei bei frutti tutti rossi dentro e fuori
che dondolano dicotòmici
in suono perfetto e perfetta sostanza
ambigui superstiti della cabbalistica bilancia. 

Oggi i contorni alati di Metatròn
(l’angelo dei travestimenti impervi e delle
confutabili topografie)
sono diversi, cambiati col concetto delle stelle:
un’altra intelligenza ha soppiantato quella che avevo
come per un celestiale rapimento
questa non la conosco, viene da fuori
tenuta per mano dall’ermellino senza sponde
cambia al bianco e diventa bianca
in breve tempo
inconsumabile e tremenda triaca.

Bastò una notte di martirio e dal cielo
piovvero fiammelle coi sette numeri
dei sette pianeti che lodano il Signore.
Que s’il ne m’aime par amur
Murir m’estuet a grant dolur.

Bisogna accettare di smarrirsi dentro le immagini di Bestiario d'amore, proprio perché nel suo caos liturgico e animalesco questo libro ancora oggi continua a respirare. 



* verso tratto da Le Lai d'Eliduc di Marie di Francia, poeta medievale (fl. 1160-1215).

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